Chi siamo | Palabanda
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Chi siamo

Palabanda nasce nel 2013, non c’era certamente bisogno di un’ altra casa editrice in Sardegna, ma a noi piace pensare di distinguerci per il nostro forte progetto editoriale: la riscoperta di storie e personaggi che hanno dato lustro all’ isola. Il nostro motto è “un libro un progetto” perché i nostri libri hanno tutti il valore aggiunto di essere stati pensati da gruppi eterogenei di persone che condividono un obiettivo. Per ora le collane sono tre, Calibrì, Cagliari ed Ebook, ma non escludiamo di aumentare presto la famiglia.

Nel 2012 ricorrevano i 200 anni della storica rivolta, il nostro nome vuole essere un omaggio a quei coraggiosi rivoltosi troppo spesso dimenticati.Palabanda è una località, all’ epoca era campagna, che confina con il quartiere di Stampace. Uno dei quattro quartieri storici di Cagliari. Gli stampacini del primo Ottocento, così come i loro antenati, hanno fama di ribelli, non a caso da Stampace sono partiti i moti che il 28 aprile 1794 hanno portato alla cacciata dei Piemontesi.
Lo fanno nella casa di Salvatore Caddeddu. “All’ombra di due cipressi -scriverà più tardi il canonco Spano- seduti tutti, solevano biasimare gli atti del Governo e quindi meditavano di farlo crollare.” Forse, la “congiura” è soprattutto questo, ragionare in gruppo su come far crollare il Governo.
Il capo è Salvatore Cadeddu, un avvocato sessantenne, che nella ‘Sarda Rivoluzione’ del 1793-96 ha avuto un ruolo di primo piano. Per capire cosa sa essere la nascente borghesia cagliaritana, di cui Cadeddu fa parte, si può partire dalla sua famiglia. Luigi e Gaetano, i figli più grandi, sono rispettivamente delegato di giustizia e avvocato: parteciperanno alla congiura. Il fratello di Salvatore Cadeddu, Giovanni, è il tesoriere dell’Università di Cagliari. Partita la repressione, sarà tra gli arrestati. Rimarrà fuori dalla congiura il terzo dei figli di Salvatore, Efisio, al quale i precedenti familiari non impediranno di diventare presidente del Tribunale di Cagliari. Ci sono poi preti e artigani. Tra questi ultimi, Raimondo Sorgia e Giovanni Putzolu. Arrestati, verranno anche loro impiccati. Il pescatore Ignazio Fanni, subirà una condanna a morte in contumacia. Il panettiere Giacomo Floris morirà in carcere.
Quella che autorità politiche e magistrati chiameranno “congiura di Palabanda” altro non è che un progetto di ripetere, a diciotto anni di distanza, lo “scommiato” dei piemontesi. Allora gli stampacini poggiarono lunghe scale sulle mura del Balice ed entrarono a Castello, arrivando sino al palazzo del viceré. Questa volta i cospiratori contano sulla complicità di chi nella notte tra il 30 e il 31 ottobre aprirà loro la porta di Sant’Agostino, che conduce a Marina, da dove poi saliranno a Castello. Tra i loro obiettivi, sembra esserci quello di arrestare Giacomo Pes di Villamarina, che si è segnalato per la burocratica ferocia con cui, prima da comandante della Piazza di Sassari poi da Generale delle Armi del Regno, ha represso ogni forma, anche puramente teorica, di opposizione. Insomma il progetto prevede un’insurrezione in piena regola, accesa da una agguerrita avanguardia.
Quali che siano le intenzioni e i piani dei congiurati, le cose vanno storte, come in un modo o nell’altro capita quasi sempre alle rivoluzioni. E’ la sera del 30 di ottobre 1812 e un’ottantina di persone si ritrovano tra Marina e Stampace, nel terreno di uno dei cospiratori, Giacomo Floris. E’ lui stesso a lasciare il gruppo per raggiungere i compagni che, nel frattempo, dovrebbero essersi radunati a Marina. Per strada viene fermato da un gruppo di soldati che gli chiedono cosa faccia a quell’ora per strada. Lui farfuglia qualcosa e viene lasciato andare, ma si è fatto l’idea che le autorità sanno tutto. Torna indietro e “contrordine compagni”, la rivoluzione è sospesa.
La repressione impiega qualche giorno a mettersi in moto. I primi arresti sono quelli di Giovanni Putzolu, Giacomo Floris, Raimondo Sorgia, che già conosciamo. Giovanni Cadeddu, fratello del capo della rivolta, e il figlio di quest’ultimo Luigi vengono arrestati in dicembre. Quanto a Salvatore Cadeddu, tentenna ma poi decide di rifugiarsi in una sua proprietà lungo la costa sulcitana. Quando Villamarina lo scova e lo fa venire a prendere sono passati sette mesi dal fallito colpo di mano e la macchina della
repressione è già in moto. E’ la Reale Udienza a istruire il processo. Otto le condanne a morte, di cui tre eseguite e cinque in contumacia. Due le condanne all’ergastolo. Salvatore Cadeddu è impiccato il 2 di settembre 1813, il suo verrà bruciato e le sue ceneri verranno sparse al vento.